D’AYALA VALVA LUIGI
“S. Isacco di Ninive e il suo insegnamento spirituale”
2022/11, p. 21
La Comunità monastica di Bose, in collaborazione con le Chiese ortodosse, riprendendo una tradizione che dura da quasi tre decenni, ha organizzato a Bose tra il 6 e il 9 settembre 2022, il XXVIII Convegno ecumenico di spiritualità ortodossa, sul tema “S. Isacco di Ninive e il suo insegnamento spirituale”.

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XXVIII CONVEGNO ECUMENICO INTERNAZIONALE DI SPIRITUALITÀ ORTODOSSA
“S. Isacco di Ninive
e il suo insegnamento spirituale”
La Comunità monastica di Bose, in collaborazione con le Chiese ortodosse, riprendendo una tradizione che dura da quasi tre decenni, ha organizzato a Bose tra il 6 e il 9 settembre 2022, il XXVIII Convegno ecumenico di spiritualità ortodossa, sul tema “S. Isacco di Ninive e il suo insegnamento spirituale”.
La scelta di ricominciare con un convegno dedicato a sant’Isacco di Ninive, noto anche come “Isacco il Siro”, si spiega con il desiderio di tornare alle origini di questi convegni, riattingendo alle fonti comuni della spiritualità monastica ortodossa, nella convinzione che essa possa continuare a essere un terreno fecondo di dialogo e di comunione nell’esperienza della fede.
Il convegno, che oltre ai maggiori esperti dell’opera di Isacco, ha visto la partecipazione di sei vescovi ortodossi (tra cui il Metropolita del Belgio Athenagoras in rappresentanza del Patriarcato Ecumenico e di Mar Emmanuel Yosip, vescovo della diocesi del Canada della Chiesa Assira dell'Oriente, la chiesa di Isacco, e delegato personale del patriarca Mar Awa Royel), e di numerosi monaci e laici dall’Italia e dall’estero (Siria, Libano, Egitto, Romania, Polonia, Slovacchia, Grecia, Germania, Belgio, Francia e Svizzera), ha inteso mettere in luce i molteplici aspetti del ricco insegnamento spirituale del Ninivita, che dopo secoli continua ancora oggi a toccare il cuore di tanti credenti in tutto il mondo.
Introducendo i lavori, il priore della comunità, fr. Sabino Chialà, ha spiegato i motivi che hanno guidato la decisione di riprendere i convegni e di farlo in una forma rinnovata: nel mezzo della dolorosa guerra in Ucraina, nonostante le difficoltà e i motivi che avrebbero suggerito un ulteriore rinvio, si è scelto di osare un segno di speranza, non solo celebrando lo stesso il convegno, ma ripensandolo in una forma più semplice e familiare, con un minor numero di relazioni e di partecipanti, affinché l’incontro tra cristiani appartenenti a chiese e tradizioni diverse restasse prioritario.
Isacco, un annunciatore di speranza
La relazione di apertura “Isacco di Ninive: un santo ecumenico”, del prof. Sebastian Brock (Oxford), editore e traduttore di Isacco e uno dei massimi studiosi di letteratura siriaca, è stata un viaggio avvincente intorno alla diffusione di Isacco attraverso i suoi lettori e traduttori. Vissuto in Mesopotamia nel VII secolo, Isacco può essere definito un autentico “santo ecumenico”, perché è stato ed è tuttora amato e letto ben oltre i confini della sua chiesa di appartenenza, l’antica Chiesa Assira o Siro-Orientale, che fin dal V secolo non si trova più in comunione con il resto della cristianità. Figlio di un’epoca non meno complessa della nostra, l’epoca dell’affermazione dell’islam, Isacco è stato annunciatore di speranza in mezzo a grandi rivolgimenti politici e religiosi.
La seconda relazione del prof. Paolo Bettiolo, emerito dell’Università di Padova (“Isacco di Ninive: una chiesa e un mondo in un’epoca torbida”) ha evidenziato come al tempo di Isacco e nei decenni a lui successivi si sia riproposta, nella Chiesa Siro-Orientale, una contrapposizione tra ambienti monastici, scolastici ed episcopali diversi tra loro, divisi nella ricezione e riproposizione della tradizione dottrinale e spirituale ricevuta dal IV-V secolo in un contesto di profondi mutamenti.
Il vescovo Benedict Vesa (Patriarcato di Romania) ci ha invitati a riscoprire e riassaporare il tema dell’infinita misericordia di Dio, che costituisce il cuore pulsante dell’intero pensiero isacchiano. Un amore che l’uomo non ha il potere di avvilire, limitare o annullare. È infatti ferma convinzione del nostro autore che il peccato umano non sarà mai più forte dell’amore di Dio: talora può costringerlo al silenzio, perché il Dio biblico rispetta la nostra libertà, ma non potrà mai distruggere né attenuare la veemenza di quell’amore infinito, di cui anche il giudizio ultimo è espressione. La redenzione e la croce, di cui ci ha parlato p. Porphyrios Georgi (Balamand, Libano), ne sono un riflesso eloquente. Movente della croce è solo l’amore. Certo Dio avrebbe potuto salvarci altrimenti, ma, secondo Isacco, egli non ha trovato un modo più eloquente per far conoscere il suo amore infinito per l’umanità.
Incontro tra la debolezza umana e la grazia divina
Della croce ci ha parlato anche il vescovo Mar Emmanuel Yosip in apertura della seconda giornata del convegno, mostrando il debito di Isacco nei confronti della tradizione di cui era figlio, e in particolare di due padri come Efrem e Narsai di Nisibi.
Maksim Kalilin (Mosca) ci ha poi guidati nella geografia interiore dell’essere umano, descritta dal Ninivita, e in quell’opera sinergica tra esteriore ed interiore che caratterizza il suo pensiero. Una visione che, in obbedienza alle Scritture, contesta radicalmente ogni visione dualistica che disprezza la creaturalità e ogni contrapposizione tra corpo e spirito.
Ma in una tale antropologia qual è il ruolo della debolezza della natura umana, e come può questa incontrarsi con la grazia divina? A questa domanda ha cercato di rispondere una delle conferenze più apprezzate dal pubblico, quella della giovane ricercatrice Valentina Duca (Lovanio) che ha fatto emergere, tra l’altro, delle sorprendenti affinità del pensiero isacchiano con alcuni filoni della psicanalisi e della fenomenologia contemporanea.
Per Isacco la dimensione della debolezza, della vulnerabilità e del limite, costitutiva dell’umano, quando è percepita e riconosciuta attraverso le prove e le sofferenze, fa giungere ad una piena consapevolezza di sé che è incontro con la propria interiorità e con Dio, diventando spazio in cui la grazia può agire in modo mirabile. “Beato l’uomo che ha conosciuto la sua debolezza – scrive Isacco –: questa conoscenza sarà per lui fondamento e inizio di ogni cosa buona e bella”.
Molto apprezzata da tutti è stata poi, mercoledì pomeriggio, una delle novità più rilevanti del convegno di quest’anno: i gruppi di lettura e di condivisione sui testi di Isacco. Per favorire un incontro personale e diretto con gli scritti di Isacco, i partecipanti – tra cui alcuni fratelli e sorelle della comunità – si sono divisi in gruppi di lavoro, a seconda della lingua (italiano, inglese, francese, greco e russo) e del tema preferito (speranza, lotta spirituale, debolezza, preghiera, carità, umiltà). Tale modalità, oltre a favorire la conoscenza reciproca, ha permesso di far emergere ulteriormente la grande attualità dell’insegnamento di Isacco.
L’umiltà e il passaggio dalla preghiera allo stupore
La terza giornata del convegno si è aperta con la relazione del prof. Nestor Kavvadas (Bonn): “L’umiltà e il modo per acquisirla”. L’umiltà per Isacco è ancora una volta fondamentalmente l’accoglienza pacificata della propria finitezza: l’umile è l’uomo che vive riconciliato con la propria creaturalità, a immagine del Cristo che si fece umile rivestendosi dell’umanità. “Poiché Dio stesso è umiltà, l’umiltà è per eccellenza il modo che l’uomo ha per avvicinarsi a Dio” e in ultima analisi è un dono divino.
La relazione della prof.ssa Brouria Bitton-Askelony (Gerusalemme) ha messo in luce poi il passaggio “dalla preghiera allo stupore”. Il cammino della preghiera, passando attraverso le fatiche del corpo, giunge alla gratuità di un dono di rivelazione che l’essere umano può solo accogliere nello stupore: è ciò che Isacco definisce “non-preghiera”, per sottolineare che in essa non vi è più sforzo umano, ma semplice e puro dono.
Un itinerario simile è quello tracciato dall’intervento del monaco p. Agapie Corbu (Arad, Romania) “Lacrime di pentimento e lacrime di gioia”, che ha messo in luce il passaggio dalle lacrime che scaturiscono con fatica e dolore, in chi soffre per aver ferito l’amore divino, alle lacrime di gioia, che debordano da un corpo afono, incapace di esprimere altrimenti la pienezza da cui è pervaso.
Marcel Pirard (Bruxelles), editore della versione greca delle opere di Isacco, ha tenuto la conferenza dal titolo “La vita monastica e Isacco il Siro”, sottolineando come, al di là delle condizioni concrete in cui egli ha vissuto, il vero scenario della vita monastica per lui è il deserto interiore più che il deserto geografico. Quindi la lotta di chi vive in monastero e la lotta di chi vive nel mondo è una sola: far emergere l’uomo interiore, raggiungere la libertà, acquisire un cuore compassionevole verso la creazione intera.
Questa creazione, che è segno della benevolenza di Dio, il primo “libro” che Dio ha offerto agli uomini, attende la redenzione finale, come ha indicato Pablo Argárate (Graz) nella prima relazione di venerdì: per Isacco il male, il peccato e la morte non sono sempre esistiti e verrà un tempo in cui non esisteranno più, mentre di fronte, prima e dopo di essi l’amore di Dio per ogni creatura è eterno e indefettibile; l’inferno stesso, che è apparentemente la negazione estrema di questo amore, non può in alcun modo vincerlo.
Cosa può dire Isacco all’uomo del sec. XXI?
L’ultima relazione del prof. Chrysostomos Stamoulis (Salonicco) ha risposto ad una domanda risuonata ripetutamente durante il convegno: cosa può dire Isacco all’uomo del XXI secolo? Nonostante la distanza, Isacco è adatto per ogni epoca e cultura. L’amore e la compassione per ogni creatura da lui annunciate sono validi oggi come lo erano quattordici secoli fa, e oggi come allora possono porsi in contraddizione con alcune pratiche e convinzioni radicate. Particolarmente scandaloso può risultare l’appello di Isacco all’umiltà (“Svilisciti e vedrai la gloria di Dio in te!”) in un mondo tutto teso all’affermazione di sé, ma proprio perché scandaloso, esso resta un messaggio prezioso.
La domanda sul perché del grande successo del messaggio di Isacco è risuonata ancora nelle conclusioni del priore Sabino Chialà, che ha presentato alcune delle risposte emerse in questi giorni: “Forse perché Isacco parla della sua esperienza reale, forse perché evita qualsiasi artificio letterario, forse perché il suo insegnamento è un atto di amore consapevole da parte sua, nei confronti di quanti l’avrebbero letto, e che si sentono così ospitati nel grembo accogliente delle sue parole di vita… Credo che Isacco sarebbe d’accordo nel dire che eloquenti e sempre efficaci sono solo le parole che nascono dall’amore”.
Giorni preziosi e di grazia questi del convegno di Bose, in cui le parole di Isacco sono servite da catalizzatore per l’incontro fraterno e la comunione nella fede tra cristiani di diverse confessioni. “Abbiamo constatato – ha concluso il priore – la potenza di comunione che questo Padre ha saputo generare nei secoli e che ancora una volta abbiamo visto all’opera tra noi. … Isacco è stato capace non solo di attrarci qui, ma anche di aiutarci a scoprire quella fraternità che ci unisce nonostante le nostre divisioni”.
LUIGI D'AYALA VALVA