Dall'Osto Antonio
Brevi dal mondo
2020/7, p. 36
Iraq: segni di rinascita e speranza Nigeria: I villaggi del nord in balìa di attacchi armati e saccheggi Aleppo: A 7 anni dal rapimento dei due metropoliti

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Testimoni
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Iraq
Segni di rinascita e speranza
A sei anni di distanza dall’occupazione delle milizie jihadiste del califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, della piana irachena di Ninive avvenuta nel 2014 e a tre dalla fine del loro dominio, caratterizzato da violenza e terrore, la situazione nel paese sta vivendo una fase di lenta rinascita e di speranza. Ma l’”esodo silenzioso” dei cristiani rimane ancora una delle ferite più dolorose che non pare rimarginarsi.
Lo scorso 10 giugno, anniversario della conquista jihadista di Mosul, una delegazione, guidata dal nuovo primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi incontrando i rappresentanti delle comunità cristiane, con a capo il nuovo arcivescovo cattolico caldeo Michael Najeeb Moussa, ha dichiarato: «I cristiani rappresentano una delle componenti delle origini dell’Iraq e fa male vedere che molti di loro se ne vadano». Faceva parte della delegazione del Primo ministro anche Eva Faeq Yaqub Jabro, cristiana cattolica caldea, unica rappresentante cristiana del nuovo gabinetto iracheno, incaricata dei rifugiati e dei migranti.
Al-Kadhimi ha visitato anche la cittadina di Bartella nella piana di Ninive che era prima una roccaforte cristiana. Dopo la liberazione, molti rifugiati cristiani sono tornati, ma allo stesso tempo numerose famiglie Shabaki (membri di una comunità religiosa, in cui si mescolano credenze islamico-sciita e zoroastriana, e con legami con influenti circoli sciiti) hanno occupato le abitazioni lasciate vuote nei villaggi e nelle piccole città nella pianura di Ninive.
Rimane inoltre da risolvere il nodo della piana di Ninive riguardante la competenza politica tra il governo centrale di Baghdad e il governo regionale curdo di Erbil. La zona comprende diverse migliaia di rifugiati cristiani fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive nella capitale regionale curda di Erbil nel 2014. Molti di loro non sono ancora tornati nella loro città natale, e chissà mai se torneranno. Oltre alla delegazione del primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi, negli stessi giorni si è recato a Mosul, metropoli del nord dell’Iraq, anche mons. Najib Mikhael Moussa, assieme a dei leader religiosi musulmani e capi tribù locali. Secondo quanto ha riferito all’agenzia Asia News don Paolo Thabit Mekko, responsabile della comunità cristiana di Karamles, si notano dei segni di rinascita e di speranza: «Con la ricostruzione delle chiese [e delle moschee] e la ripresa delle attività commerciali lanciamo un messaggio forte, diciamo a tutti i cristiani che se ne sono andati di tornare, di essere presenti”.
La visita ha avuto luogo il 6 giugno scorso in concomitanza con l’anniversario dell’arrivo nel 2014 delle milizie jihadiste del califfato. Un dominio durato fino all’estate del 2017 e caratterizzato dalla violenza, dal terrore, e dalla devastazione di luoghi simbolo come la moschea di Al-Nouri e la chiesa di Al-Saa (Nostra Signora dell’Ora). I due luoghi di culto, musulmano e cristiano, costituiscono oggi un simbolo di rinascita grazie a un progetto di ricostruzione finanziato dall’Unesco e dagli Emirati Arabi Uniti nel contesto del programma denominato “Ravvivare lo spirito di Mosul ricostruendo i suoi monumenti storici”.
“Da mesi, ha affermato don Paolo T. Mekko, sentiamo notizie che parlano della ricostruzione della moschea, del minareto e della chiesa dell’orologio dei domenicani. I fondi sono stati stanziati e vi è un movimento condiviso che preme per il ripristino di questi luoghi significativi, simbolo di una città vecchia che è stata vittima della distruzione per mano jihadista”. Ma, ha sottolineato “a tutt’oggi siamo ancora all’inizio dei lavori”. Il governatore “si sta adoperando per ricostruire la città, e sta ingaggiando una battaglia a tutto campo contro la corruzione che resta molto forte. Inoltre bisogna ripristinare le strutture, partendo dagli ospedali e dai servizi che sono ancora scadenti”.
La presenza dell’arcivescovo cattolico caldeo Michael Najeeb Moussa, ha dichiarato don Paolo, “è stata fonte di incoraggiamento” per i cristiani e per tutta la città, e rappresenta un messaggio che “invita ad andare avanti, a ricostruire prima l’uomo e poi le pietre quali fondamenti della nuova Mosul”. In quest’ottica, prosegue, è essenziale “rafforzare la convivenza fra confessioni diverse. I cristiani devono tornare ma la situazione non è ancora adeguata a un loro ritorno”.
Servono inoltre sicurezza, sviluppo, garanzie di stabilità, fiducia perché i cristiani “si sono sentiti traditi da [una parte dei] musulmani che hanno collaborato con Daesh alla loro cacciata e alle violenze”. Ancora oggi c’è una “ferita aperta a livello psicologico” che va “guarita”. Dare un volto nuovo, moderno alla città diventa essenziale “nell’opera di contrasto al fondamentalismo. Siamo ancora all’inizio – ha concluso don Paolo – ma sono obiettivi da raggiungere per un vero cambiamento”.
Nigeria
I villaggi del nord in balìa di attacchi armati e saccheggi
La Nigeria del nord è ormai teatro di continue aggressioni e saccheggi. Don Patrick Alumuku, direttore della comunicazione dell’arcidiocesi di Abuja, riferisce come siano in corso infiltrazioni di gruppi nomadi fulani provenienti da Niger, Ciad, Mali. Descrivendo una di queste aggressioni ha dichiarato: erano in 150 circa, sono arrivati ben armati a bordo di motociclette e hanno iniziato a sparare sugli abitanti di sei villaggi dello Stato di Katsina, nel nord ovest della Nigeria, prima di saccheggiare negozi e rubare bestiame in un attacco durato cinque ore. Almeno 57 le vittime. A riferirlo, scioccati, sono i residenti di Kadisau, Hayin Kabalawa, Garke, Makera, Kwakwere e Maiganguna: parlano dell’ennesima azione di gruppi di “banditi”, che oltre a seminare terrore e morte nella zona, commettono pure rapimenti a scopo di riscatto: dal 2011 questa violenza ha causato almeno 8 mila morti e più di 200 mila sfollati. “Da tempo in via non ufficiale è stata data la possibilità di entrare in Nigeria a gruppi nomadi fulani, provenienti da altri Paesi, come Niger, Ciad, Mali”, ha dichiarato a Vatican News don Patrick Alumuku. “Sono entrati in migliaia e migliaia in Nigeria e la domanda che molti si sono posti è perché si sia lasciato che questo accadesse”.
“All’inizio si pensava che fossero entrati in occasione delle elezioni o per partecipare ad eventuali battaglie, poi si è capito che il governo guidato dal presidente Muhammadu Buhari, anch’egli fulano, non ha dato loro una precisa collocazione. Quindi questi gruppi hanno iniziato ad attaccare villaggi per avere da mangiare e dei soldi”. “Ultimamente – ha aggiunto don Alumuku – stanno andando ovunque, in gruppi di 40, ma anche 100 o 200 persone, attaccano villaggi e prendono tutto quello che possono, poi scappano. Prendono di mira posti dove sanno di trovare qualche soldo o villaggi cristiani, soprattutto al nord. I fulani sono sparsi ormai in tutto il Paese e sarebbero tra i 50 e i 100 mila, dal nord al sud”.
L'International Crisis Group (Icg) e vari osservatori internazionali temono che la Nigeria nord occidentale possa diventare un "ponte" tra i vari movimenti jihadisti del Sahel e della regione del Lago Ciad, dove sono attivi gli estremisti di Boko Haram. Proprio agli jihadisti del gruppo dello Stato islamico in Africa occidentale (Iswap) è attribuito uno degli ultimi attacchi nel nord est del Paese africano, con un bilancio di 81 vittime a Felo, nello Stato di Borno. “Ci sono sempre stati legami tra i gruppi del Sahel, i Boko Haram e le formazioni jihadiste. È come se fossero tutti membri di una stessa realtà: lavorano insieme, e hanno una stessa ‘agenda’ per l’islamizzazione del Paese. All’Assemblea nazionale, dove si riuniscono i rappresentati di tutta la Nigeria, è stato sollecitato il governo a fare qualcosa di più concreto per difendere le popolazioni locali”.
Aleppo
A 7 anni dal rapimento dei due metropoliti
Sono trascorsi sette anni da quel 22 aprile 2013 quando furono rapiti da “sconosciuti” i due metropoliti di Aleppo, Mor Gregorios Youanna Ibrahim (siro-ortodosso) e Boulois Yazigi (greco-ortodosso). Erano in viaggio nell’ambito di una missione umanitaria e si trovavano al confine siro-turco Bab Al-Hawa sulla direttiva di Aleppo. Da allora sulla loro sorte non si è saputo più niente.
Il 22 aprile scorso, due patriarchi, il siro-ortodosso di Antiochia, Mor Ignatius Aphrem II e Youanna X (greco-ortodosso) avevano pubblicato una dichiarazione comune in cui scrivono che nonostante “migliaia di ricerche” per ottenere informazioni, ogni loro tentativo è rimasto senza risposta. Nei 2.557 giorni trascorsi al compiersi dei sette anni, i due patriarchi sottolineano: “Abbiamo bussato alle porte locali, regionali e internazionali, a quelle di governi, organizzazioni e personalità influenti pregandoli di occuparsi del caso”. Il loro impegno ha acceso un “luce di speranza” – affermano – mentre il silenzio della comunità internazionale ha reso vano ogni tentativo di trovare una soluzione.
Nella loro dichiarazione invitano a pregare per i due metropoliti rapiti “ma anche per tutte le persone sequestrate, gli scomparsi, e tutti coloro che si trovano in situazioni drammatiche ma che guardando alla croce di Cristo hanno trovato consolazione”. Ricordano che la vita umana in Medio Oriente non ha meno valore di quella delle altre regioni. La pandemia del coronavirus dimostra che tutti gli esseri umani “in qualsiasi circostanza si trovino, al di là di ogni diversità di origine, religione e nazione sono sulla stessa barca. Ed è tempo che i politici, che hanno influsso sull’andamento delle cose, riconoscano che tutte le creature umane condividono la medesima dignità, indipendentemente dalla patria, lingua, cultura e religione”.
Riferendosi al loro ruolo in Oriente, i due patriarchi proseguono affermando che la logica delle contrapposizioni tra minoranza e maggioranza non ha alcun significato; al suo posto deve subentrare la logica dell’incontro, del dialogo e del ruolo pionieristico dei cristiani. “Noi – sottolineano – non siamo una carta che ognuno può giocare. Siamo un ponte di comunicazione e di incontro tra est e ovest, tra il cristianesimo e le altre religioni”.
Tornando ai due metropoliti rapiti, il segretario generale del Consiglio mondiale delle chiese, il teologo romeno-ortodosso prof. Ioan Sauca ha assicurato la solidarietà con tutti coloro che pregano per il ritorno dei due vescovi rapiti: “Siamo in comunione di preghiera – ha dichiarato – siamo solidali con le loro famiglie e partecipiamo al loro dolore e al loro strazio”.
Le notizie a loro riguardo continuano ad essere confuse. Per esempio, lo scorso gennaio Mansur Salid di origine siriana, ma residente negli Stati Uniti, ha affermato che nel dicembre 2016, i due vescovi sarebbero stati uccisi dai miliziani del gruppo Jihadista “Nur-ed-din al Zengi, (nome di una capo musulmano di Mosul). Ma secondo i due patriarchi di Antiochia, riferendosi al rapporto di Salib, hanno scritto che dal 2013 – e in maniera più accentuata negli ultimi mesi del 2019 – sono state diffuse informazioni “false e fuorvianti” circa la sorte dei due metropoliti rapiti. Perciò i patriarcati non cesseranno di ribaltare ogni pietra per ricercare il luogo dove si trovano e la sorte dei metropoliti.
Nella dichiarazione del 22 aprile, ricordano infine, che i cristiani orientali “insieme ad altri gruppi della regione” con la loro vita e la loro sorte pagano il prezzo del terrorismo e della violenza sotto forma di espulsioni, rapimenti, assassini e difficoltà di ogni genere. Ciò nonostante sono rimasti fedeli a Cristo che 2000 anni fa li ha chiamati a diffondere nella regione mediorientale “la gioia del suo Vangelo”.
a cura di Antonio Dall’Osto